Chi è il bambino interiore?
Da adulti, molti di noi portano dentro esperienze, emozioni e dolori vissuti nell’infanzia: in famiglia, a scuola o nelle relazioni con amici e meno amici. A volte ci accorgiamo di quanto ci influenzino; altre volte facciamo più fatica a riconoscerlo.
Il “bambino interiore” è una metafora per parlare di ciò che portiamo con noi dell’infanzia: ricordi, bisogni, paure, ma anche curiosità, spontaneità e voglia di giocare.
Le esperienze dolorose, soprattutto quelle traumatiche, possono lasciare effetti che si fanno sentire anche da adulti. Le reazioni, però, cambiano da persona a persona e possono evolvere nel tempo.
A volte è un po’ come avere un segnalibro fermo tra due pagine che facciamo fatica a comprendere o che ancora non riusciamo a leggere. Possiamo imparare ad avvicinarci a quelle pagine con gradualità e con il sostegno di cui abbiamo bisogno.
Per vivere con maggiore serenità — e magari ridurre la frequenza dell’hashtag #mainagioia — possiamo iniziare a riconoscere quei bisogni e prendercene cura oggi.
Nell’immagine del bambino interiore, è come dire alla versione più piccola di noi: “Ti ascolto. Quello che senti merita attenzione. Possiamo cercare insieme ciò che ti aiuta a sentirti al sicuro”.

Prenderci cura di questa parte di noi può significare anche recuperare il diritto di divertirci, esplorare e fare qualcosa per il semplice piacere di farlo. Senza doverci guadagnare ogni momento di gioia a colpi di produttività.
Questo lavoro può aiutarci a comprendere alcune reazioni e a rivedere modi di pensare e comportarci che oggi ci fanno soffrire. È un percorso che richiede tempo e che, soprattutto quando riguarda esperienze traumatiche, può aver bisogno di un sostegno professionale adeguato.
La metafora del bambino interiore può essere utile ad alcune persone; altre si riconosceranno di più in immagini o approcci diversi. Possiamo trovare il modo di conoscerci che risponde meglio ai nostri bisogni.
Quando pensiamo al bambino che siamo stati, possiamo incontrare esperienze di sicurezza e protezione, ma anche momenti difficili, dolorosi o confusi. Spesso, nella stessa storia, ci sono entrambe le cose.
Aver ricevuto ascolto e sostegno può aiutarci a sviluppare fiducia in noi stessi e nelle relazioni. Aver vissuto difficoltà può rendere alcuni passaggi più faticosi. La nostra infanzia contribuisce alla nostra storia, e nel presente possiamo continuare a costruire risorse e relazioni significative.
Possiamo guardare ai bisogni di allora e chiederci: “Di che cosa avevo bisogno? Che cosa posso fare oggi per prendermi cura di me?”.

Il nostro bambino interiore è un po’ come le nostre fondamenta.
Le prime esperienze contribuiscono a costruirle. In alcuni punti possono essere solide, in altri aver bisogno di sostegno. E anche un palazzo robusto può attraversare momenti in cui tutto sembra oscillare.
La buona notizia è che possiamo continuare a lavorare sulla costruzione. Con pazienza, strumenti adatti e, quando serve, qualcuno che ci affianchi: le ristrutturazioni importanti meritano più di un tutorial visto alle undici di sera.
Avvicinarci alle esperienze dolorose richiede delicatezza e rispetto dei nostri tempi. Possiamo cominciare da ciò che sentiamo oggi, cercando un po’ più di comprensione e un po’ meno durezza verso noi stessi.
E lasciare spazio anche alla serenità, all’entusiasmo e alla meraviglia.
Il mondo ha bisogno della gioia. E anche noi.
