Mamma mia, che rabbia!

Negli ultimi anni ho spesso l’impressione di assistere a una quotidiana esplosione di rabbia. Dappertutto. Per strada, sui social network, al centro commerciale, in famiglia, con gli amici…

Ogni momento sembra buono per arrabbiarsi. Anche se c’è rabbia e rabbia.

C’è quella così intensa che sembra non vedere più niente e nessuno davanti a sé, e c’è quella più blanda, che assomiglia a un’irritazione. La rabbia, di per sé, è un’emozione normale: a fare la differenza è anche il modo in cui la esprimiamo.

Quando ci lasciamo trascinare, però, il copione può diventare questo: si litiga, ci si mangia la faccia, ci si manda poco cordialmente a quel paese e dopo un po’ ognuno per la sua strada. Magari ancora arrabbiato.

Perché non è che, se urlo i più stupendi improperi che conosco a un ciclista che mi ha tagliato la strada, poi la rabbia comincia magicamente a sciogliersi. Anzi!

Sfogarmi in modo aggressivo può alimentarla ancora di più, anche se sul momento mi sembra di essermi “liberato”.

Il cuore può battermi più forte, magari mi tremano le mani e nella mia testa ho già preparato una lezione di quarantacinque minuti sull’educazione stradale. Con tanto di esame finale per il ciclista.

Poi, magari molto ma molto lentamente, l’agitazione scende, scende, scende e il corpo torna a calmarsi. Ma se continuo a ripensare all’accaduto, a quello che avrei potuto dirgli e a quanto sia stato scorretto, posso tenermi acceso ancora per un bel po’.

Un po’ come un vulcano che, dopo l’eruzione, torna apparentemente tranquillo.

L’esplosione è finita. Quello che l’ha fatta partire, però, può essere ancora da comprendere.

Ti ci ritrovi in questa descrizione? Ti capita di sentirti un po’ vulcano anche tu?

Ma da dove arriva tutta questa rabbia?

Proviamo a dare un’occhiata alla nostra quotidianità.

Per molte persone le giornate sono un incastro continuo tra lavoro, impegni e spese da sostenere. Si arriva a sera con la sensazione di aver corso tutto il giorno e, magari, di non aver avuto nemmeno cinque minuti per sé.

Poi c’è quello che succede a casa: la gestione della famiglia, le difficoltà di coppia, i bisogni dei bambini che si incontrano — e qualche volta si scontrano — con quelli dei genitori. Oppure il silenzio e la solitudine, quando avremmo desiderato qualcuno con cui condividere la giornata.

E poi ci sono le aspettative: cercare di fare tutto perfettamente, sentirsi sempre responsabili di ogni cosa e innervosirsi perché gli altri non fanno quello che, secondo noi, sarebbe così ovvio fare. Ovvio per noi, naturalmente. Per loro, a quanto pare, un po’ meno.

Stress, stanchezza e frustrazione possono renderci più irritabili. A volte basta un piccolo contrattempo per farci perdere la pazienza, soprattutto quando siamo già sotto pressione.

E in certe giornate il mondo può sembrarci tutto cinismo, fretta e ostilità. Basta aprire i commenti sotto un post per avere la sensazione di essere entrati in un incontro di boxe senza aver comprato il biglietto.

Ma vogliamo davvero trascorrere le nostre giornate tra scontri, frecciatine e discussioni?

Per fortuna possiamo imparare a riconoscere la rabbia e a esprimerla in modi più costruttivi: capire che cosa ci sta facendo arrabbiare, prenderci una pausa quando serve e trovare parole per comunicare ciò di cui abbiamo bisogno.

Credo che ciascuno di noi possa contribuire a rendere un po’ più accogliente il clima che ci circonda.

Possiamo cominciare a distribuire qualche tiepida pagliuzza d’amore, tutte le volte che ne abbiamo l’opportunità. Mi piace chiamarle così: piccoli gesti di gentilezza, senza effetti speciali.

Sorridiamo a un estraneo, se ci va: al supermercato, in fila alle poste, passeggiando per la città. Prestiamo un orecchio a qualcuno che ha bisogno di esprimersi e proviamo a rallentare il giudizio su chiunque ci capiti a tiro.

Questi gesti non cancellano le difficoltà, ma possono rendere un incontro più umano. E ci permettono di scegliere come stare con gli altri, anche nelle giornate storte.

Ti sei mai chiesto per quale motivo giudichiamo?

Se vedo una donna in televisione e le appiccico un appellativo offensivo per il suo corpo, posso fermarmi un momento e chiedermi: quanto sono severa con il mio? Quanto faccio fatica ad accettarlo quando non corrisponde all’idea di come “dovrebbe” essere?

Forse sto rivolgendo all’altra persona la stessa durezza che uso con me stessa. È una possibilità da esplorare, non una spiegazione che vale automaticamente per ogni giudizio.

Se invece sono in macchina e il signore davanti a me fa un’inversione a U in curva, la situazione è diversa: quella manovra può essere davvero pericolosa. La mia rabbia potrebbe accompagnarsi allo spavento, alla sensazione di essere stata messa a rischio.

Prima di lanciare imprecazioni fuori dal finestrino, posso concentrarmi sulla sicurezza e, una volta passato il pericolo, chiedermi: “Che cosa ho provato? Paura? Rabbia? Tutte e due, con contorno di tachicardia?”.

Per molto tempo mi sono raccontata di essere una persona poco rabbiosa. Almeno in apparenza. Perché dentro ribollivo come una pentola a pressione pronta a esplodere contro il primo malcapitato di turno.

Il più delle volte era qualcuno della mia famiglia; altre volte uno sconosciuto che mi passava a tiro e faceva qualcosa che mi mandava in escandescenza.

Nel mio caso, mi sono accorta che a quella tensione contribuiva anche il modo in cui mi trattavo: passavo le giornate a giudicarmi, perché non riuscivo a essere perfetta come mi ero ripromessa. Pretendevo troppo da me.

Dovevo essere sempre perfetta e, quando mi guardavo allo specchio, c’era immancabilmente qualcosa che non andava: troppo grassa, troppo magra, troppo brufolosa, troppo bassa…

E il giudizio non si fermava all’aspetto: troppo stupida, troppo sensibile, troppo tonta, troppo di tutto.

Ero sempre troppo di qualcosa. Il mio giudice interiore, a quanto pare, non si prendeva nemmeno la pausa pranzo.

Ma troppo… rispetto a cosa? All’ideale che mi ero creata.

Non andava mai bene niente. Non andavo mai bene io!

A quel punto, bastava un minuscolo contrattempo per farmi esplodere. Ero tesa come una corda di violino!

Non accettavo di essere fuori forma, di avere i brufoli, di avere i capelli in disordine… Non mi concedevo di sbagliare, di non fare tutto alla perfezione, di deludere qualche aspettativa.

Insomma, mi permettevo di essere me stessa solo a condizione di essere impeccabile. Una clausola un tantino impegnativa, direi.

Certo, le difficoltà quotidiane esistono e il sistema in cui viviamo a volte sembra claudicante. Ci sono problemi concreti che pesano, eccome.

Ma forse possiamo iniziare anche da noi: riportare l’attenzione a ciò che proviamo, ascoltarci e chiederci che cosa ci fa arrabbiare, di che cosa abbiamo bisogno e su che cosa possiamo intervenire.

Prenderci la responsabilità delle nostre reazioni non significa darci la colpa di tutto. Significa riconoscere un margine di scelta nel modo in cui rispondiamo, anche quando quello che succede non dipende da noi.

Le tasse si pagheranno ancora, purtroppo. Ma magari riusciremo ad affrontare qualche contrattempo senza trasformarci ogni volta in una pentola a pressione.

Da dove cominciare? La prossima volta che ti accorgi di giudicarti, prova a fermarti e chiederti: “Sto pretendendo troppo da me? Che cosa mi servirebbe in questo momento?”.

Cambiare abitudini richiede tempo e, a volte, anche un sostegno. Puoi cominciare concedendoti un po’ più di comprensione.

Anche con i brufoli e i capelli in disordine.